Dopo la serata fuori  di venerdì con Paul, il sabato è stato tranquillo, sono andato con Narayan in moto a vedere il terreno che ha comprato perché abbiamo un progettino di costruirci sopra un centro olistico, uno dei vari che mi piacerebbe aprire in varie località, mi piace sognare e soprattutto aiutare le persone locali che sono così gentili e spirituali. Sulla via del ritorno ci fermiamo ad un supermercato dove compro tutto quanto necessario per cucinare una sorta di amatriciana. Ovviamente qui trovare il maiale e tantomeno il guanciale è impossibile per cui prendo del pollo da fare croccante come succedaneo.

Torniamo a casa e non avendo pranzato verso le 17:30 ci mettiamo all’opera, Narayan mi aiuta anche perché imparare a fare la pasta per lui è sicuramente un valore aggiunto da “vendersi” con amici e soprattutto con la nuova fidanzata.

L’amatriciana, ovviamente, non viene neanche lontanamente come quella che faccio in Italia per via soprattutto di prodotti che poco hanno a che vedere con quelli italiani, ma apprezzano tutti, è un qualcosa di nuovo e gustoso per loro.

Paul mi offre poi di uscire, io in un primo momento accetto, ma poi crollo sul letto e la giornata finisce. 

Arriva la domenica, oggi, dove avevo deciso e comunicato che sarei andato in clinica per lavorare con Bebek, il pilota, e Somad.

Dopo colazione mi avvio pensando ad una giornata tranquilla con 2/3 sessioni facili.

Una volta arrivato, la mattina procede come previsto, faccio un paio di sessioni con Somad, la prima sulla sua paura di tornare in Canada e trovare lavoro per mantenersi, mentre la seconda di puro mesmerismo anche per i suoi dolori. Le sue risposte sembrano sempre positive, ed ogni tanto ho la percezione che lo faccia un po’ per gratificarmi, nonostante io gli specifichi sempre che non lo deve fare.

Incontro poi il Dottore psicanalista che è al suo ultimo giorno in clinica, prima di andare a lavorare in un altro ospedale. Molto carinamente mi regala una cravatta tipica nepalese fatta a mano. Lo ringrazio molto e gli prometto che ci saremmo visti a fine giornata per i saluti finali.

A quel punto mi chiama la segretaria della clinica dicendomi che ha chiamato Shushant, il mio paziente dell’anno scorso, chiedendo di me e che sarebbe venuto ad incontrarmi. La gioia mi pervade, speravo tanto di vederlo, ma venerdì non era venuto.

Mentre lo attendo, servono la merenda in refettorio, e, non avendo pranzato, mi siedo anche io. Oggi è il giorno ufficiale della semina in Nepal, per cui servono un piatto speciale, yogurt con riso tostato, mango e banana, è molto gustoso.

All’improvvido viene giù dalla sua quarantena Grisma, la giovane ragazza di 16 anni abusata ripetutamente, che avevo incontrato l’anno scorso. Le chiedo se si ricorda di me e mi risponde di sì. Si siede da sola, il viso sembra molto impaurito da tutto e tutti, cerco il suo sguardo per sorriderle e una volta lo incrocia e ricambia il sorriso. Rimaniamo a fine merenda gli unici in refettorio e le chiedo se posso sedermi vicino a lei, mi risponde di sì, ma neanche il tempo di avvicinarmi che arriva l’infermiera a riportarla su.

A quel punto mi chiamano perché è arrivato Shushant, sono emozionato, gli vado incontro, ci abbracciamo e poi ci sediamo in una stanzina tutta per noi. Gli chiedo di raccontarmi come andavano le cose perché non avevo avuto più sue notizie da quando ero partito l’anno scorso, non mi aveva mai risposto ai miei messaggi.

Mi racconta che una volta che sono partito, lui poco dopo è uscito dalla clinica e stava veramente bene, nessuna più crisi fisica, e aveva iniziato ad uscire con gli amici tutti i giorni(prima stava chiuso in casa), a guidare la moto, sua grande passione, e addirittura aveva riniziato a pensare a come impostare il suo futuro, voleva andare all’estero. La cosa mi tocca molto, al punto che sto quasi per mettermi a piangere, ma mi trattengo. Poi mi racconta appunto che ha chiesto supporto alla famiglia per andare in Europa, ma questa per motivi economici gliel’ha negato. Poche settimane dopo ad una festa indù in famiglia scoppia una lite furibonda, al punto che il fratello lo appende letteralmente al muro. Da quella sera i tremori, le sue crisi  hanno piano piano iniziato a palesarsi di nuovo. Una notte è stato proprio male, ha chiamato un ospedale che però ha preso la chiamata quando ormai era mattina. Era, poi, venuto più volte in clinica a chiedere aiuto, ma la clinica costa. Sadna gli aveva proposto di fargli un prezzo al 50%, però doveva essere internato, mentre l’anno scorso non dormiva lì. Il fatto di essere internato, il costo e alcuni misunderstanding con Sadna alla fine lo avevano fatto desistere e le cose poi erano continuate a peggiorare. Gli chiedo, quindi, qual’era la sua situazione ad oggi e mi risponde che le crisi coi tremori a mani e piedi sono tornate fisse, anche se non pesanti come prima e ad intervalli non regolari, e che comunque si era rinchiuso in casa senza avere più nessuna visione sul suo futuro. Non si collegava ai suoi social da oltre sei mesi e molti suoi amici pensavano addirittura fosse morto.

La cosa mi tocca enormemente al punto che prendo una decisione drastica. Gli propongo di pagargli io la clinica per un mese e nella prima settimana, la prossima che sono qui, mi sarei dedicato specificatamente a lui. Gli lascio un po’ di tempo per pensarci e nel mentre esco, lo lascio solo e ne vado a parlare con Sadna per capire se lo avrebbe accettato.

Sadna apprezza il mio gesto e mi dice che lo avrebbe certamente accettato a patto che dormisse in clinica e che ci fosse il suo totale impegno. 

Torno a quel punto da Shushant e gli riferisco quanto detto da Sadna.

Lui mi ringrazia molto e mi dice che si sarebbe preso la notte per pensarci.

A quel punto c’era fuori il fratello ad aspettarlo per riportarlo a casa, gli dico di chiamarlo dentro perché fuori pioveva e perché volevo che parlasse con Sadna per chiarire tutti i punti prima di tornare a casa e prendersi la notte per pensarci.

Io rimango fuori col fratello a spiegargli la situazione fino a quando Sadna chiama dentro anche noi, e quando siamo dentro tutti, un po’ in inglese, un po’ in nepalese gli ribadisce il concetto: un mese dentro, prima settimana lavoro duro con me, poi avremmo lavorato anche online, col suo totale impegno a rispettare quanto gli veniva imposto, e qui si parla anche di medicine.

Finita la conversazione, lui ed il fratello ritornano verso casa ed io, dopo aver salutato tutti, in primis il dottore psichiatra, anche.

La via del ritorno, sotto la pioggia, è un mix di emozioni fortissime, difficile da descrivere e per questo non lo faró.

Passo dalla lavanderia a ritirare le mie magliette e, arrivato a casa, scrivo subito al mio coach e a Paul, avrò bisogno anche di loro con Shushant, ho solo una settimana per lavorarci direttamente.

Arrivato a casa, racconto tutto a Narayan, il quale poi mi racconta di aver conosciuto in palestra una pranic healer e mi chiede se ero interessato a fare una sessione con lei. Ovviamente gli rispondo di sì, c’è solo da vedere quando perché se Shushant decide di tornare in clinica sarò tutta la settimana dedicato a lui.

Faccio poi notare a Narayan la “coincidenza” di aver incontrato oggi una figura del genere dopo che ieri avevsmo parlato di creare un centro olistico nella sua terra…

Queste sono le figure che vorrei nei miei futuri centri, non voglio un classico centro olistico di yoga e meditazione.

Ceniamo poi con Paul e Dereck, un nuovo volontario della Repubblica Ceca di 19 anni arrivato in mattinata e che insegnerà l’inglese in un tempio di monaci buddisti.

La giornata finisce così e spero con tutto il cuore domani mattina, arrivato in clinica, di trovare Shushant e di iniziare a lavorare con lui.

NAMASTE

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